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C’è un brano che mi è rimasto particolarmente impresso e che riguarda l’amore di Giacobbe per Rachele.

Riassumo brevemente la vicenda riportata in Genesi 28-30, per chi non la ricordasse. Giacobbe viene mandato dal padre Isacco presso lo zio Labano perché prenda in moglie una delle sue figlie. Sul cammino, Giacobbe incontra la minore, Rachele “bella di forme e avvenente di aspetto”, “la baciò e pianse ad alta voce” mentre la maggiore, Lia viene descritta con gli “occhi smorti”. Giacobbe chiede allora in sposa Rachele in cambio di sette anni di lavoro per lo zio. Sette anni che “gli sembrarono pochi giorni tanto era il suo amore per lei”.

Arriva finalmente il giorno del matrimonio, ma lo zio, per seguire la tradizione che vorrebbe sposata prima la figlia maggiore, sostituisce a Rachele Lia e la presenta velata come d’uso a quei tempi fino alla notte di nozze. Così, Giacobbe ignaro dello scambio, giace con lei e solo al mattino si accorge dell’inganno. Labano promette allora in sposa anche la figlia minore, ma a patto che lavori per lui altri sette anni. Così farà, e finalmente ottiene Rachele come seconda moglie e Giacobbe “amò Rachele più di Lia” e rimase al servizio dello zio altri sette anni.

“Ora il Signore, vedendo che Lia veniva trascurata, la rese feconda, mentre Rachele rimaneva sterile. ”Al primo figlio, Lia disse: il Signore ha visto la mia umiliazione; certo ora mio marito mi amerà.” Ne seguì un secondo e Lia pensò: “il Signore ha udito che io ero trascurata e mi ha dato anche questo” e poi altri ancora. Al sesto figlio, Lia disse: “Dio mi ha fatto un bel regalo: questa volta mio marito mi preferirà”.

Intanto, Rachele a cui invece non era concesso di procreare, può rendere padre Giacobbe solo concedendogli la sua schiava perché si unisca a lui in una sorta di utero in affitto. Lia partorisce per la settima volta ma senza ottenere il risultato sperato. Allora, “Dio si ricordò anche di Rachele; Dio la esaudì e la rese feconda”. Ne nacque Giuseppe. Solo allora Giacobbe chiese a Labano: “Lasciami andare e tornare a casa mia.”

Che cosa ne deduciamo da questo racconto?

Che anche in quei tempi lontani, dove i matrimoni sottostavano a regole famigliari che non tenevano conto dei sentimenti degli sposi, le persone si innamoravano e lo facevano con le stesse modalità e conseguenze di oggi. Anche per loro l’amato o l’amata erano visti come i più belli, come coloro per cui si è disposti a ogni sacrificio e gli unici con cui voler stare: solo dopo che Rachele dà un figlio a Giacobbe, questi parla di “casa sua”. Infine, il sentimento che lui prova per l’amata è tanto forte che a nulla servono l’inganno e l’imposizione umana del suocero, né l’intervento divino a favore di Lia. Interessante è invece la conclusione: anche Dio alla fine, di fronte a un sentimento così forte e irremovibile si è arreso e ha benedetto l’unione con il dono di un figlio.

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