Il principe Carlo d'Inghilterra e Camilla Shand nel 1979, foto di Tim Graham/Getty Images
Federica Fortunato

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Alla fine degli anni ‘30 del Novecento fece enorme scandalo l’abdicazione del neo re di Inghilterra, Edoardo VIII, che preferì rinunciare al trono piuttosto che separarsi dalla sua amata, Wallis Simpson.

Per tutta la vita il giovane erede al trono era stato uno scavezzacollo, un dongiovanni, un uomo votato agli eccessi, ma dal momento in cui la sua strada incrocia quella della pluridivorziata signora americana, egli trova la sua ragione di vita: si innamora pazzamente di lei e nulla lo distoglie dal proposito di sposarla. “Non potrei mai essere un buon re senza il sostegno della donna che amo” – annuncia al mondo e ai suoi sudditi.

Per lei rinuncia al trono, alla patria, ad un destino che era stato scritto sin dalla sua nascita, vivendo fino alla fine dei suoi giorni esiliato in Francia con la amatissima moglie.

 

Qualche decennio dopo la stessa sorte sembra investire un altro membro della famiglia reale: Carlo, erede al trono d’Inghilterra. Ad una partita di polo conosce Camilla Shand e tra i due è subito amore. Camilla non è aristocratica, non è vergine. La famiglia reale, nonostante siano gli anni ’70, ritiene inattuabile il matrimonio del futuro re con una donna dallo status inadeguato, una donna troppo libera e moderna che potrebbe indebolire l’immagine della corona. Carlo non ha la tempra del prozio, è un uomo timido, mite, si conforma alle esigenze di stato. Rinuncia a sposare Camilla, ma non rinuncia ad amarla.

Divorziato e vedovo, più di trent’anni dopo Carlo è ancora intenzionato a sposarla. A nulla valgono, questa volta, le ragioni di stato o le pressioni della famiglia. Il suo amore per Camilla “non è negoziabile”, non accetterà compromessi. Nel 2005 con una cerimonia sobria e discreta, può coronare il suo sogno d’amore e portare all’altare la donna che ama da una vita.

 

Sappiamo che l’innamoramento è un processo rivoluzionario in grado di sovvertire il nostro mondo. È un velo che, cadendo, ci lascia intravvedere il senso più autentico della nostra vita. E quando siamo ricambiati, l’energia, la forza, la progettualità sembrano fluire magicamente da una fonte segreta posta nel profondo del nostro essere, e tutto ciò è possibile solo grazie al nostro amato. Lui o lei diviene il nostro centro di gravità, il principio ordinatore della nostra vita, non è confrontabile con nessun altro e per niente al mondo vi rinunceremmo. Ma è solo un primo passo verso la costruzione dell’amore. Senza un patto di continuità, l’esercizio razionale della nostra volontà con il quale si mettono da parte tutti i ripensamenti e le indecisioni, l’amore non si consolida. Questo desiderio che si traduce in impegno lo ravvisiamo nelle parole di Edoardo VIII, quando afferma che senza l’amata non potrà essere un buon re; lo ritroviamo nella determinata “non negoziabilità” di Carlo, che per più di un quarto di secolo ha esperito una felicità che non vuole più mantenere clandestina. Il desiderio, la passione, la forza vitale dell’innamoramento non sono sufficienti a rinunciare ad un trono. È solo attraverso il superamento del doloroso dilemma interiore che ci induce a scegliere senza rimpianti il nostro amato alle alternative a cui decidiamo di rinunciare che creiamo una coppia forte e solida, e che la nostra vita si può oggettivare in un grande amore capace di perdurare nel tempo.

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