Mi sono chiesta più volte perché per indicare la persona che si ama pur essendo sposati o impegnati con un’altra, si usi il termine “amante”, che letteralmente significa “colui o colei che ama” e non invece “amato” o “amata”. Perché si insiste più sul sentimento dell’altro o dell’altra che non su quello di chi invece certamente ama nonostante le difficoltà e gli ostacoli che la sua situazione gli o le viene a creare?

Cercando di rispondere a questo interrogativo, mi sono imbattuta in tutta una serie di stranezze legate al termine “amante”. Per prima cosa, la sua ambiguità. Se guardiamo, infatti, un qualsiasi dizionario, ci accorgiamo che il suo significato principale è quello di indicare semplicemente “chi è legato da amore per altra persona” (Vocabolario Treccani) e se pensiamo alla poesia e alla letteratura classica, gli amanti sono semplicemente coloro che si amano, le coppie innamorate. Come mai allora, oggi, se diciamo di avere un amante, si intende “chi ha una relazione amorosa extraconiugale o segreta” (vocabolario Treccani)?

Se, poi, si esplora quello che avviene nelle altre lingue, le cose si complicano ulteriormente. Si nota infatti, che in inglese, c’è la stessa ambiguità in “lover” (termine corrispondente a “amante”) a cui si aggiunge l’espressione altrettanto vaga: “an affair” (una relazione, una storia, spesso adultere, ma non esplicitamente definite tali). Ma la cosa curiosa è che a questi si aggiunge un altro termine usato solo per designare un’amante donna: “mistress”, che in origine significava una donna autoritaria, una padrona che ha il controllo su altre persone, ed era l’equivalente femminile di “master” o “mister”, ma che, dal 1400 acquisisce il significato specifico di ammaliatrice di uomini sposati. Oggi, oltre ad amante, è anche la donna dominatrice nei giochi di ruolo all’interno della coppia.

In francese, avviene la stessa cosa. C’è il termine “amant” con il corrispondente femminile “amante”, ma per definire la donna c’è anche “maîtresse” che non significa solo signora e padrona come in inglese, ma che in aggiunta è sinonimo di maestra, insegnante. A complicare ulteriormente le cose, in Italia lo stesso termine indicava le tenutarie delle case di tolleranza.

Da questi pochi esempi, ci viene il dubbio che gli usi linguistici citati siano il segno di una società che, soprattutto nei secoli passati, tendeva a minimizzare il ruolo attivo nel tradimento dell’uomo adultero e a sottolineare invece quello della donna amante e, al tempo stesso, cercava di ignorare o nascondere l’esistenza dell’uomo amante della donna sposata. Sospetto confermato dagli studi della linguista Julia Penelope che, analizzando i termini usati nella lingua inglese per definire donne promiscue, ne trovò 220 mentre per gli uomini solo 20, cosa che lei stessa attribuì ai pregiudizi di genere che modellano il linguaggio.

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