Rosantonietta Scramaglia

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In tutte le società c’è la consuetudine di donare. Cambia ciò che si dona, cambiano le persone che donano e quelle che ricevono, ma il gesto continua a ripetersi nel tempo e nelle circostanze diverse. Allora ci viene spontaneo chiederci che significato ha donare? E in particolare che senso ha nei rapporti affettivi e per la coppia?

Il primo gesto compiuto dalla coppia fondatrice della stirpe umana secondo la Bibbia è stato il dono della mela fatta da Eva ad Adamo. Il primo gesto che compiono i bambini verso gli chi sta loro attorno è quello di porgere ciò che hanno in mano. Il dono è quindi un atto compiuto in piena libertà per stabilire un legame sociale.

Contrariamente a quello che sostengono le teorie economiche classiche che hanno dominato il pensiero degli ultimi secoli, le società (e con loro la più piccola, fatta di sue persone, la coppia) non nascono dallo scambio economico fra le persone, da un patto per ottenere il massimo utile, ma dal riconoscimento spontaneo che esse formano un’unità. E tale riconoscimento avviene attraverso la comunione di intenti e di beni. Il dono, perciò, passando da uno all’altro, diventa il simbolo della loro unione. L’anello di fidanzamento, per esempio ha questo significato, che si carica grazie al simbolismo legato alla forma (il cerchio che non ha inizio e fine, che avvolge e lega) e al materiale (l’oro un metallo prezioso; il diamante che non si scalfisce e dura nel tempo, ecc.).

Ma, se il dono, quindi, esce dalla sfera delle considerazioni economiche, quotidiane e se donare per sua definizione è un gesto spontaneo e senza ricompensa, ciò non toglie che chi riceva provi gratitudine e senta il bisogno di ricambiare. Quello che si compra lo si paga e, come diceva Seneca, “di ciò che ho comprato non sono debitore a nessuno”. Invece, fra chi dona e chi riceve, si stabilisce un rapporto di scambio libero e gratificante per entrambi, basato sul “principio del piacere”. Provo piacere nel donare e nel ricevere e più ricevo accresco il mio amore per chi mi ha donato e sento a mia volta il bisogno di donare.

Nasce e si alimenta così un legame amoroso oggettivato, reso visibile e duraturo attraverso dei segni, dei paletti piantati lungo il cammino a due, a cui ci si può aggrappare nei momenti di crisi, nei ricordi di un amore passato.

Fra due innamorati, non importa il valore del dono. Può essere un fiore fatto essiccare nelle pagine di un libro o una ciocca di capelli custodita in un medaglione sul petto come si faceva in passato, può essere una frase d’amore scritta su un foglio sgualcito. Quello che importa a chi lo riceve è che riesca a scorgere in quei doni l’essenza più profonda dell’amato o dell’amata, la sua dedizione, che lo faccia sentire unico, speciale.

Diverso è il dono scambiato nelle coppie uscite dalla “bolla” dei primi tempi e rientrati nell’ottica della quotidianità, dove l’innamoramento ha lasciato posto a un amore “istituzionalizzato” della sfera economica. Allora, chi riceve comincerà a calcolare il valore economico del dono, quanto l’altro ha investito per lei o per lui, se considera l’oggetto ricevuto utile o inutile, alla moda, di marca, o no. Il dono perderà la spontaneità, si ridurrà a un atto dovuto, sarà fatto solo nelle feste, nelle ricorrenze. Diventerà un rito, la ripetizione meccanica di un momento mitico degli inizi che ci si sforza di riattivare come si fa nelle cerimonie che celebrano i momenti fondatori delle nazioni e delle religioni.

Non regalare nulla agli anniversari, a San Valentino, a Natale sarebbe come venir meno a un gesto dovuto, importante, che sancisce il permanere della coppia, ma un piccolo dono spontaneo, inatteso, in un qualsiasi momento dell’anno, per dire che c’è ancora il piacere di dare una parte di sé all’altro può essere un modo per riattivare la fiamma che c’era agli inizi.

 

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