Le narrazioni sui pionieri della psicoanalisi ci hanno spiegato il contrasto tra Freud e Jung  prevalentemente nei termini di una frizione tra due personalità inconciliabili. Freud era lo scienziato rigoroso e ateo, esponente del mondo ebraico borghese e della sua tradizione. Questo lo rendeva rigido, inibito, un uomo che non cedeva alle passioni e alle lusinghe sessuali, che peraltro aveva scelto di studiare. Era serio, autorevole, ma non era un uomo brillante, scintillante, seducente. Il suo carisma era fondato sul suo rigore di scienziato cui si attenne sempre. Aveva poi una particolare difficoltà, nel contatto umano, nello stare a tu per tu con le persone e per questo faceva sdraiare i pazienti sul lettino e si metteva alle loro spalle.
Al contrario Jung era un bell’uomo, un intellettuale aperto, vitale, creativo, capace di rivolgersi audacemente e in contemporanea, alla scienza come all’esoterismo,  all'astrologia, al mito come alla religione. Aveva una personalità intensa, carismatica ed empatica che si esprimeva al meglio nei rapporti ravvicinati. Ma al contempo la sua vita dall'esterno appariva molto tradizionale e non impensierì mai il rigido mondo zurighese:  un  brillante psichiatra che lavorava in ospedale e  viveva sulle rive del lago in una bella casa e tanti figli. La moglie contribuiva a rafforzare l'immagine  tradizionale  perché apparteneva a una ricca una famiglia aristocratica.
E se Freud era interessato a ridare alla persona malata la possibilità di vivere una vita soddisfacente, normale, ma riteneva che non si potesse promettere di più, Jung era rivolto a scoprire come l’essere umano potesse realizzare pienamente se stesso (il sé), attraverso un cammino individuale, tortuoso e non prevedibile, ma intenso, passionale, unico. Questo cammino non doveva essere imbrigliato, ma la persona che lo percorreva, liberata. L'andamento composito ed eclettico della teoria junghiana si coglieva, probabilmente, assai più  quando si entrava in contatto con lui, o dalla lettura degli scritti, che dalla sua immagine pubblica.
Quando Jung, dopo la rottura con Freud si incamminò lungo il suo percorso personale, non fondò una società aperta, ma iniziò a lavorare a casa sua e subito si formò un circolo ristretto di donne, che  furono da subito le sue prime convinte seguaci . Jung in effetti, nella sua biografia (Ricordi, sogni, riflessioni) riconosce: “devo principalmente a loro se ho potuto incamminarmi per nuove vie nella terapia”.
Nell’ambito della società psicoanalitica guidata da Freud emersero pensatrici che raggiunsero una notorietà internazionale: da Melanie Klein, a Karen Horney, Anna Freud, Marie Bonaparte, Sabine Spielrein, da cui Freud riprese apertamente la teoria dell’istinto di morte. Al contrario, dal circolo di Jung, a parte Marie Louise Von-Franz, che costituisce un’eccezione e con cui non ebbe una relazione amorosa, nessuna donna raggiunse la notorietà per la sua produzione intellettuale.
Ma chi erano e come erano queste donne e che relazione avevano con lui? Erano donne intelligenti, estremamente colte, capaci. Ma al contempo - innamorate e sostanzialmente dipendenti dal maestro e dal suo carisma -  mettevano il loro ingegno nelle sue mani. Gelose e invidiose una dell’altra, accettavano di essere come tante falene svolazzanti intorno alla sua luce. Erano innamorate di lui ed erano felici di lavorare e poi di donare il frutto della loro opera al loro capo, annullandosi in lui.
Diverse ricerche  furono portate avanti da alcune di  loro. Ad esempio, la moglie Emma  studiò il "Graal",  " animus e anima" e Tony Wolff  sembra sia stata l'ispiratrice dei  Tipi psicologici cui lavorò per anni.
Nel gruppo delle sue fedeli seguaci, l’unica a rifiutare il ruolo di amante dipendente fu la sua prima paziente, Sabine Spielrein, della quale una volta guarita si era innamorato e che lasciò perché temeva da un lato, le rappresaglie della moglie , dall'altro, il discredito della società zurighese. Forse  Sabine si doveva accontentare di essere l’amante di Jung? Lui l’aveva già guarita e grazie al suo incoraggiamento  era diventata psicoanalista. Ma Sabine forse perchè aveva l'orgoglio di una ebrea russa ricca,  ora che si era innamorata voleva il suo uomo. Voleva che le parole d'amore di Jung diventassero verità.  In ogni caso fu l'unica, tra le donne di Jung a non aver accettato il ruolo subalterno di seguace adorante e per questo se ne andò.
Dopo quell’episodio, presumibilmente, Jung continuerà ad avere forti legami con le donne che divengono sue collaboratrici e si innamorano di lui, ma non si innamorerà più. Scrive infatti: "Quando l’amore per una donna si sveglia in me, allora il mio primo sentimento è la commiserazione, la compassione per la povera donna che sogna la fedeltà eterna e altre cose impossibili“.

Evidentemente in questo momento sta dicendo che la donna si innamora e innamorandosi sogna delle cose e che l’uomo in quanto naturalmente poligamo non potrà mai darle. D’altra parte queste caratteristiche di dedizione e annullamento nell’amato sono qualità che poi Jung metterà nella sua teoria, nella figura dell’anima nei riguardi dell’animus.
Il suo comportamento nella vita sembra essere un po' in contrasto con la teoria, in cui l’incontro tra animus e anima sembrava una fusione totale. Ma teniamo presente che lui non sta parlando della coppia, sta parlando dell’individuo. È una teoria psicologica dell’individuo non della relazione, anche se dà l’impressione di essere una teoria della relazione. Eppure tanti aspetti e descrizioni della teoria junghiana fanno pensare che la rinascita di cui parla sia un'esperienza di stato nascente, nel linguaggio della teoria di Alberoni. Dunque, tra uomo e donna,  prodotta dall'innamoramento che però deve essere bilaterale.

Vi una frase di Dante nel Purgatorio che può illuminarci sull'atteggiamento delle psicoanaliste intorno a Jung: "l'anima appena creata è come una fanciulla che piange o ride". La donna legata al capo carismatico è intensamente e immensamente creativa e non lo sa. Il femminile - e Jung lo sperimentava forse senza esserne pienamente cosciente -  esprime in certe condizioni,  in cui è innamorata e totalmente aperta, una totale dedizione: è come un genio creativo immemore di se stesso, che disperde i suoi tesori, perchè tutto quello che crea le appare ispirato dal diletto amato e glielo dona.  Spetterebbe a lui riconoscere questi frutti intellettuali e creativi.

Sotto questo profilo, il circolo di Jung ha delle caratteristiche che ricordano un vero e proprio movimento di carattere settario in cui le donne si innamoravano e annullavano nel capo. Oggi si direbbe che Jung aveva le caratteristiche del guru, perchè aveva tutte le qualità del maschio carismatico con il suo seguito. Alcuni aspetti compositi della sua teoria possono farci pensare che essa sia cresciuta per ispirazione di più menti unite. Di qui si potrebbe pensare che le donne possiedano una tendenza universale a seguire un capo carismatico. Invece io ritengo che ciò sia dovuto a particolari condizioni in cui l'innamoramento si sviluppa e in quella particolare situazioni esse sentivano di partecipare pienamente a un movimento unico, creativo.

Quanto diciamo non vuol minimamente diminuire l’importanza di Jung come studioso, come grande psicologo e negare il valore del suo grande contributo, ma vuole solo mettere in evidenza che aveva una concezione del rapporto maschio femmina di tipo poligamico ed in conseguenza di questo ha sempre assorbito i contenuti delle sue seguaci senza valorizzarle. Questo, al contrario di Freud che sarà stato meno brillante, meno carismatico, ma ha sempre dato grande spazio e autonomia alle sue allieve.

Va osservato che, a partire dalla moglie (cosa che appare assai strana ai nostri occhi oggi), tutte queste donne erano state sottoposte ad analisi con lui. Alcune erano state prima sue pazienti. L’analisi ha la struttura della confessione, dove uno rivela all’altro tutto di sé stesso che non fa lo stesso con lui; la confessione favorisce la formazione del transfert, cioè dell’innamoramento verso la figura dell’analista. Ma se la donna è anche in cura, la stessa struttura della confessione rende ancor più forte il transfert amoroso.

Ma vi è anche un altro aspetto. Vi è una profonda differenza quando, portando qualche contenuto fuori di noi lo confessiamo a una sola persona o lavorandoci con dedizione lo oggettiviamo e lo esponiamo pubblicamente e ci apprestiamo anche a reggere le reazioni degli altri, il confronto, le critiche.

Quando ami in una condizione transferale, che riproduce per sua natura  le caratteristiche di un innamoramento unilaterale, la tua confessione ha per te la stessa forza di un’oggettivazione, perché il tuo amato viene a coincidere con il mondo e rivelare i tuoi doni più importanti ti sembra sia come oggettivarli di fronte al mondo.

Così queste donne rinunciarono a esprimere il loro ingegno pubblicamente, probabilmente perchè in parte sembrava loro di farlo, quando il maestro lo faceva per loro.

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