Un ragazzo di diciassette anni massacra la fidanza di sedici e poi sostiene di averla dovuta uccidere perché lei era intenzionata a sterminare la sua famiglia rea di ostacolare la loro relazione. È descritto come violento, figlio di un padre violento e costretto ad alcuni TSO (trattamento sanitario obbligatorio). È un caso che ci lascia attoniti per la giovane età di entrambi. La ragazza subiva anche la violenza delle botte e un suo post su Facebook, scritto due settimane prima di essere uccisa, ci mostra come avesse una chiara cognizione di cosa fosse l’amore: “Non è amore se ti fa male. Non è amore se ti controlla. Non è amore se ti fa paura di essere ciò che sei. Non è amore se ti picchia. Non è amore se ti umilia…”
Nonostante la consapevolezza, la sua condizione di dipendenza emotiva non le ha permesso di fuggire da quello che è definito un fidanzatino invece è stato solo un giovane persecutore. Non sappiamo fino a che punto la sedicenne fosse pienamente consapevole ma le sue parole, che oggi suonano come una non tanto velata richiesta di aiuto, ci danno la certezza del suo coraggio. Non le è mancata la consapevolezza, le è mancato l’aiuto della famiglia, degli amici della società che deve fermare i violenti. Questa società è ancora ipnotizzata dalla parola amore. Basta dire che l’amava e tutto è giustificato. La ragazza invece sapeva che non era amore, ma dominio, violenza, sadismo, vendetta e malvagità. Sono stati gli adulti a non capire. E la polizia, i magistrati, tutti quelli che avrebbero dovuto aiutare e intervenire. Non si uccide per amore. Nel momento in cui uccidi, odi.

Cosa dire alle ragazze fin dall’infanzia? Se il tuo ragazzo, il tuo fidanzato ti maltratta è d’obbligo fuggire immediatamente: e se è violento nella fase dell’innamoramento in cui tutto dovrebbe essere bellissimo, dove dovresti vivere in una bolla protetta, chiedi aiuto ai tuoi famigliari. I tutori dell’ordine hanno il dovere di intervenire esattamente come si fa nel caso dei bambini perseguitati.

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