Quando Ovidio scrive che l’amore è un’altra forma di conflitto allude alla seduzione e non all’amore. La seduzione è un gioco, ma non è innocente, per due motivi: perché i giocatori non possono vincere entrambi (è un gioco a somma zero) e uno dei due è all’oscuro delle regole del gioco.

Ma la seduzione è un linguaggio antico che piace sia all’uomo che alla donna. Nella donna è atavico il desiderio di piacere e tutti i rituali della seduzione hanno per lei un valore particolare: uscire insieme, indossare un vestito che metta in risalto la sua bellezza, indossare gioielli preziosi, biancheria intima raffinata, sono una parte importante della vita. Creano quel superfluo che è necessario. L’eros si alimenta di tutto ciò che aumenta la sensibilità alla bellezza, al piacere, alla complicità. E mentre lei intravvede l’unione, il seduttore, alla fine, lascia.

Un caso esemplare di seduzione è il “don Giovanni”, che mostra l’estrema bravura di stesura dei testi del librettista e di Mozart. Il punto su cui soffermarci è quello in cui Don Giovanni assedia una contadina che sta per sposarsi.

Immaginiamo Zerlina. Il suo Masetto è stato allontanato e lei è sola con un cavaliere, un uomo ricco, affascinante. Zerlina non sarebbe in grado di sostenere neppure una conversazione con lui. Inoltre sa bene che gli uomini sono pericolosi. Ma indugia.
Quante volte segretamente ha sognato che un uomo importante la sposasse! La sua sicurezza vacilla. Sente il fruscio degli abiti, il profumo di Giovanni: è incantata, come un animaletto si blocca, sta a vedere. Che male potrà averne?
È allora che don Giovanni inizia a parlare, con la sua bella voce, la sapiente scelta delle parole che le arrivano al cuore.

L’aria più famosa dell’opera “là ci darem la mano” rappresenta il culmine della strategia di seduzione. Lui la conduce su un ponticello, in un luogo sospeso tra due mondi e intona la canzone guardandola negli occhi; la musica ha un ritmo dolce, in tonalità maggiore. Musica e parole ricordano le strofe delle canzoni per bambini, canta lui, poi lei, insieme e da capo. Sono presi in un vortice da un ritornello, in qualcosa di familiare.

Lui le indica con la mano un luogo dove saranno uniti (“Là ci darem la mano, là mi dirai di sì. Vedi, non è lontano; partiam, ben mio, da qui)“. Zerlina non ha un vero luogo dove guardare, perché il luogo indicato è fittizio inesistente, è pura emozione. Ma lo vede.

 

Il ritmo morbido e le parole, il ponticello, il profumo costoso, portano la giovane a immaginare l’inimmaginabile, a violare le sue regole che conosce e ad inserire una eccezione possibile: diventare la sposa di un gran signore, essere ricca, ammirata.

Zerlina non ha resistenze, se non un recondito istinto dell’animo che l’avvisa, ma in modo confuso, di un vago pericolo.

Tentenna: “ Vorrei e non vorrei mi trema forte il cor….”. Come nella seduzione di Madame Bovary, il seduttore fa sembrare naturale quello che naturale non è, sovverte il piano logico, fa dimenticare la distanza sociale e induce la ragazza a non chiedersi cosa vorrà mai quel ricco signore da lei, in realtà.

Nella strofa successiva i dubbi si sono dileguati, Masetto è già dimenticato e Giovanni sussurra: “Io cangerò tua sorte”. Una frase di potere. Sa di aver vinto.

Zerlina cede e non potrebbe fare altrimenti. Si sarebbe difesa solo evitando di ascoltare le sue parole, le stesse delle sirene incantatrici di Ulisse, che per ascoltarle, saggiamente, si fece legare.

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