C’è stato un periodo nella storia in cui era costume innamorarsi della moglie di un potente, dichiararsi suo fedele servitore e, talvolta divenirne amante, non solo platonico.

E’ quello che convenzionalmente si chiama “amor cortese” ed è stato celebrato dalla poesia dei trovatori prima e poi degli stilnovisti. Nemmeno il sommo poeta Dante è passato immune da questa prassi: chi ricorda mai la noiosa moglie legittima Gemma e chi invece non ricorda l’amore imperituro per Beatrice, anche e soprattutto dopo la morte della divin fanciulla?

Pare che tutto tragga spunto dai poeti arabi dell’anno 1000, che avrebbero influenzato la corte di Aquitania e poi la Francia e l’Italia.

Alla base di tutto c’è, come sempre, l’amore e il suo concetto. Nel periodo  cavalleresco per amore di una donna, quasi sempre sposata, di cui ci si dichiarava paladini e vassalli si facevano grandi imprese, se si era artisti si componevano poemi o si dipingeva in modo sublime.

L’innamorato poteva essere anche un cavaliere povero e diseredato, ma rendendosi schiavo d’amore per la sua bella, si innalzava a un rango di nobiltà del cuore. Solo chi amava poteva essere considerato veramente nobile.

L’importante era soffrire. Infatti non si poteva concepire l’amore se non era accompagnato dalla sofferenza. Una sofferenza, che come nella religione, portava all’estasi.

È evidente che nel matrimonio, dove il patto tra i coniugi dà stabilità al rapporto, non vi può essere una sofferenza tale da rendere l’amore “eroico”, quindi, agli occhi del periodo trobadorico, un “vero amore”.

È anche vero che all’epoca tutti i matrimoni erano combinati e mirati alla procreazione o alle alleanze patrimoniali e sociali, quindi l’amore poteva svilupparsi solo nella libertà consentita dalla clandestinità.

All’innamorato non era mai permesso di pronunciare il nome della donna amata, per evitare il disonore.  Quasi tutte le poesie trobadoriche erano dedicate infatti a dame senza nome, o dissimulate da nomignoli.

In teoria l’ideale di amor cortese, teorizzato da Andrea Cappellano, scrittore del “De amore”, prevedeva che l’oggetto amoroso, ovvero la donna sposata, fosse sempre irraggiungibile, un ideale sempre inappagato, lontano, in definitiva platonico, anche per non incorrere nelle scomuniche ecclesiastiche.

Nella realtà si consumavano carnalmente molti adulteri, anche se il silenzio e la discrezione erano obbligatori.

Un altro requisito necessario perché si potesse parlare di amore, a quell’epoca, era la sottomissione totale dell’uomo alla donna prescelta, quasi un rapporto sadomaso ante litteram, oppure una forma di culto divino alternativo. L’amore dell’uomo, inoltre, non pretendeva nessuna ricompensa, nessun ritorno, era gratuito. Non esisteva violenza nei confronti di chi non ricambiava il sentimento, questo non era nell’ideale cavalleresco ( e potrebbe essere un valido insegnamento nel presente), anzi un rifiuto acuiva anzi la nobiltà di un amore che di per sé e gratuito e non chiede niente.

Lancillotto e Ginevra, gli amanti celebri, citati anche nella divina commedia nel galeotto canto di Paolo e Francesca, ne sono un esempio mirabile.

La storia è nota. Lei è la bellissima moglie di Re Artù, il mitico condottiero di Camelot, in Inghilterra, alla perenne ricerca del Santo Graal assieme ai Cavalieri della Tavola Rotonda. Lui è di origine reale, è francese (e non poteva essere altrimenti) e si chiama Lancillotto del Lago, e ben presto diventa il più valente dei cavalieri di Camelot.

In una missione per liberare Ginevra, Lancillotto se ne innamora e si vota a lei, dedicandole le insegne e qualsivoglia impresa. Nasce l’amore, clandestino, pieno di sensi di colpa ma anche di ebbrezze estatiche. Artù, dopo qualche tempo, scopre la liason e da quel momento tutto crolla: il regno, Camelot, lui stesso muore in battaglia. I due amanti, per penitenza (o forse perché senza Artù non potrebbero più essere amanti e basta?), si ritirano in due conventi separati, senza mai più vedersi, continuando ad amarsi nei loro pensieri.

L’amor cortese è un periodo importantissimo per i rapporti uomo-donna e per l’idea di amore erotico: l’amore non è più considerato come follia  - tesi che si ripresenta ciclicamente nel tempo - , ma come saggezza e strumento di elevazione dello spirito umano.

Articoli simili

All articles loaded
No more articles to load

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione. Cliccando sul bottone ACCETTO dai il tuo consenso. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi