Locandina della "Madama Butterfly" di Leopoldo Metlicovitz (1904)
Federica Fortunato

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Nel film Seta, tratto dal romanzo omonimo di Alessandro Baricco, le atmosfere misteriose e impalpabili - come la seta - del Giappone, si contrappongono a quelle concrete e pragmatiche di un piccolo paese del sud della Francia dove vive Hervé Joncourt, un giovane bachicoltore.

Hervé è sposato con Hélène, che ama profondamente e ne è riamato con altrettanto slancio. Lei è dolce, appassionata, fedele, tenace e la loro vita scorre tranquilla, anche se il progetto di quel figlio che non riescono a concepire nel tempo svigorisce la loro unione.

Hervé compie diversi viaggi in Giappone per acquistare dei bachi da seta e sin dall’inizio resta ammaliato dai panorami di un Paese “strano e magico” e dalla giovane amante del capo del villaggio con il quale fa affari. Non ne conosce il nome, tra di loro il silenzio è denso di parole e di desideri proibiti; sono i gesti, gli sguardi, il mistero, la lontananza e il fascino esotico che alimentano in lui la fantasia di un amore idealizzato.

Egli rappresenta il dilemma di chi si trova diviso tra un amore reale e concreto e una fantasia amorosa seducente ed eccitante che non si realizzerà mai, ma che gli lascerà per lungo tempo una profonda nostalgia.

 

Nelle leggende, la principessa rinchiusa nella torre, sorvegliata da un potente drago, viene salvata dal prode cavaliere che sfida il pericolo e mette in gioco la vita per salvarla. Nel film ritroviamo una fanciulla esotica, silenziosa e sottomessa al potente signore (Harajubè) e un giovane cavaliere valoroso (Hervé) che vorrebbe salvarla, ma che di fronte al pericolo reale di perdere la vita, fugge. Ma resta imprigionato nel ricordo nostalgico di un amore tanto più inebriante in quanto idealizzato e incompiuto.

Hervé torna in Francia affranto, disperato: ha perso tutto. La rinuncia lo trasforma in un uomo malinconico, solitario, assente. Il nodo del sentimento che ora lo consuma lo descrive chiaramente l’amico con cui si confida: “Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai”. E’ la nostalgia per un amore tanto più intenso in quanto mai vissuto, come nei poetici versi di Guido Gozzano:

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto.
Non amo che le rose
che non colsi.
Non amo che le cose
che potevano essere e non sono state…

 

Qualche tempo dopo Hervé riceve una lettera dalla giovane orientale. Una lettera lunghissima, in cui l’amore e il desiderio mai consumati prendono vita sulla carta. Ma la lettera è anche un addio.

Hervé ne è come liberato. Sapere che il sentimento e la passione erano ricambiati rappresenta per lui la catarsi. La lettera è riuscito ad affrancarlo da quel filo di seta impalpabile e indistruttibile che lo teneva avvinto ad una potente fantasia amorosa per la fanciulla esotica, ed ora può tornare ad amare con rinnovato slancio Hélène.

 

Anche nella nostra vita siamo spesso assaliti dai rimpianti e dalla nostalgia per ciò che non è stato, in particolare quando la vita ci pone di fronte a prove che mettono in discussione l’amore e la relazione che stiamo vivendo – per Hervé era il figlio che lui ed Hélène non potevano avere. Allora ci aggrappiamo alla fantasia, al sogno ad occhi aperti di un amore che non fu oppure ricerchiamo all’esterno della coppia una relazione in cui i problemi possano svanire come d’incanto. Hervé, nel momento in cui guarirà dalla nostalgia d’amore, si prodigherà per creare e donare un giardino meraviglioso ad Hélène; e anche noi, nella nostra quotidianità, possiamo investire in un nuovo progetto con il nostro amato, un progetto comune che dia nuova linfa e vitalità all’amore.

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