Particolare di “Dimmi che mi ami” acrilico su tela, per gentile concessione di Flavio Lappo
Maria Giovanna Farina

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La dipendenza emotiva colpisce quasi sempre il sesso femminile ed è una distorsione della comunicazione affettiva dolorosa e invalidante ma superabile se lui, l'innamorato, non vuole una donna assoggettata, al contrario impegna il suo amore anche per aiutarla. La deve sostenere impedendo che si annulli favorendo la fiducia in se stessa. La deve condurre a scelte autonome quotidiane, rifiutandosi di soccorrerla anche nella più piccola circostanza di bisogno, ma spingerla alla ricerca di interessi personali da sviluppare.  Infatti solo se c’è un vero amore, la coppia crea insieme il progetto comune per far guarire chi è dipendente.

Quando Leda, l'interprete del mio romanzo “Dimmi che mi ami”, si rende conto di aver sciolto la dipendenza da Marco fa questa riflessione molto significativa: “Ero una bambina bisognosa della mamma, il grande amore aveva messo a soqquadro la mia anima apparentemente tranquilla, si era spezzata la vita sentimentale apatica di una donna dedita al lavoro e fino ad allora vissuta il più lontano possibile da emozioni amorose. L’amore mi faceva paura, ora so, invece, che solo incontrandolo potevo guarire”.
L’amore fa paura quando non lo si conosce, quando vittime della dipendenza si teme di perdere l’altro non perché lo si ama ma perché se ne ha bisogno.
L’amore è libertà, per questo non può essere un legame basato sulla presenza nella nostra vita di un altro essere umano dedito costantemente a soccorrerci. L’amore è gioire, ce lo ricorda anche il filosofo Aristotele, se al contrario amare qualcuno ci provoca acuta sofferenza quotidiana, è il momento di fermarsi a riflettere per cambiare rotta.

 

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