Nicola Ghezzani

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Perché un uomo può arrivare a odiare una donna fino al punto di ucciderla?

Il tema è trattato con grande vigore e con acuta penetrazione psicologica in un romanzo breve di Lev Tolstoj: “La sonata a Kreutzer”. Il personaggio principale del romanzo narra la sua terribile storia nella carrozza di un treno ai suoi occasionali compagni di viaggio. Racconta di essere stato un Don Giovanni, un “vizioso” poi pentito e divenuto a tal punto morale da commettere un atroce delitto di gelosia. Ma prima di arrivare alla confessione, per introdurre l’argomento, egli fa al suo uditorio una lucida analisi psicologica di cosa sia un “fornicatore”. Secondo lui un fornicatore è un uomo dipendente dal sesso quanto altri lo sono dalla morfina. Lui stesso è stato un fornicatore che, una volta ravveduto, ha dovuto subire l’offesa dell’adulterio da parte di un altro fornicatore. A questo punto l’uomo si scaglia contro il Libertinismo e l’Illuminismo, le cosiddette “filosofie del male”, e contro la Francia che con la Rivoluzione e le sue filosofie ha “rovinato” i costumi della “brava gente”.

Solo al termine di questa filippica, egli narra la sua storia. Ravvedutosi della sua vita da libertino e sposata una brava ragazza ha con lei un breve idillio. Purtroppo, poco dopo, si accorge di essere tradito con un fatuo maestro di musica. Annoiata dalla vita matrimoniale, ella ha ceduto alla lusinga del “romanticismo”. Preso da un furore incontrollabile, coglie i due adulteri sul fatto e uccide la moglie infierendo sul suo corpo con un coltello. Nel farlo, soffre le pene dell’inferno, ma non può fare a meno di farlo, perché solo uccidendola sente di estirpare non solo il proprio dolore ma anche il male che alberga nel mondo. Ai suoi costernati ascoltatori spiega che è stato in galera e ha espiato la sua colpa; ma dice anche che lo rifarebbe, ucciderebbe ancora la moglie! Per estirpare dal mondo quei valori immorali, egli dovrebbe ancora assassinarla! Il suo, dunque, non è stato soltanto un delitto di gelosia, no! E’ stato anche e soprattutto un delitto ideologico, un delitto politico.

In quella patologia affettiva che, nei miei libri, ho chiamato “dipendenza persecutoria” il bisogno appassionato di legame si alterna a una violenta volontà di punizione del partner percepito come traditore: traditore di un legame, ma anche traditore di un mondo.

Dal personaggio di Tolstoj cosa possiamo dedurre? Che l’uomo non commette femminicidio per amore o per follia: per lui non possiamo invocare quelle banali formule giornalistiche che fino a pochi anni fa, di fronte a un uomo che uccideva la sua donna, parlavano di “delitto passionale” o di “tragedia della follia”. Il femminicidio è sempre un fenomeno lucido – anche quando è commesso d’impulso. Esso avviene come effetto di una morale proprietaristica, come affermazione del diritto dell’uomo di controllare e punire la donna che si sottrare a lui e alla sua morale.

Quando condanniamo giustamente la lapidazione delle donne nel mondo islamico o l’uso della deturpazione del volto della donna con un acido, che dall’India è passato al mondo occidentale, non dobbiamo dimenticare che anche da noi moltissimi uomini pensano ancora alla donna nei termini di una schiava personale che dovrebbe obbedire ai dettami della loro morale senza mai ardire un solo dubbio, un solo gesto di protesta, un solo tentativo di cambiamento.

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