È una delle conversazioni più frequenti tra amiche o giovani coppie.

Diciamolo subito: tra un figlio e un cane, il più delle volte vince il cane.Oggi i bambini sono diventati così rari che quando una donna resta incinta, il datore di lavoro intelligente, la assume a tempo indeterminato o le dà un avanzamento di carriera. Cosa sta premiando il datore di lavoro, che una volta licenziava la donna che restava incinta e non assumeva  le giovani donne perché avrebbero avuto delle gravidanze?  Premia il coraggio. Perché per fare un figlio bisogna averne molto. Premia la costanza, perché chi ha un figlio si impegna per la vita; premia la fiducia perché chi fa figli accetta l’imponderabile: pensiamo a quanti genitori dedicano l’intera esistenza a un figlio malato. Gli imprenditori, i datori di lavoro incominciano a capire che è il tipo di coraggio, di fiducia, di costanza di cui loro, nella loro azienda hanno bisogno. Un coraggio silenzioso, quello di affrontare le fatiche del ménage quotidiano con i bambini, ma anche la concretezza dell’esistenza, i giochi leggeri fatti con niente, il tempo di rispondere alle  domande dei bambini, il piacere di stringerli e fare le cose insieme. Oggi più che mai  fare famiglia significa mettere in atto una resistenza attiva che rifiuta di farsi contagiare dalla paura che prevale ovunque, una paura che è figlia dell’individualismo, che si spande nelle città grandi come in quelle piccole.

Coraggioso non è solo metterlo al mondo, ma anche sapere come crescerlo, come educarlo, questo cucciolo d’uomo. Sembra di crescere un bonsai, una pianta rara, che richiede cure speciali, molto denaro e l’intervento di specialisti in età sempre più precoce. La saggezza naturale in cui prima crescevano spontaneamente i bambini nella comunità numerosa di fratelli, sorelle, cugini, zii, è scomparsa. Sembra che non possano imparare più le cose naturalmente, ma che servano gli esperti per ogni cosa. Avere figli era un tipo di vita condiviso, tutti sapevano cosa significava, tutti li avevano, tutti sapevano i problemi e anche le difficoltà, l'insegnamento a non bearsi mai troppo presto di ogni cosa: ma oggi chi non ha figli e chi li ha sono come la cicala e la formica, la prima canta e si diverte, mentre l’altra sgobba indaffarata senza tregua.

Diciamolo! Il cane è più pratico e comodo, più facile da crescere, puoi scegliere la razza e quindi il carattere adeguato alle tue esigenze. Il cane è on demand, lo scegli come vuoi. Il figlio no, potresti scoprire che assomiglia a quello zio che odiavi tanto o che ha tutti i difetti di tua suocera. Poi ci sono tutti i problemi di comunicazione. Il cane ti si affeziona a prescindere, non risponde mai male, non rischia di frequentare brutti giri e ti è dedito completamente.

E un’altra motivazione a suo favore è che non ci sono più i cani indisciplinati di un tempo, quelli descritti da Herriot, che rincorrevano le auto abbaiando per fare festa e riempivano le fattorie di cuccioli.  Oggi vi sono coach che educano loro e anche te che sei il padrone. Un’alleanza impensabile  a scuola: dagli insegnanti dei figli, nessun  genitore accetta di essere educato. Il rapporto con i cani dal punto di vista relazionale va, nel tempo, solo migliorando: ci si capisce sempre di più, mentre con le persone, ogni equilibrio faticosamente raggiunto può essere perduto in un attimo. Quanti figli non rivolgono più la parola ai loro genitori?

In ogni caso a cambiare maggiormente è la proiezione nel futuro. Non hai più  una persona a cui trasmettere i tuoi valori,  la vita si  attiva in altri modi, lavorando sino a tarda età, coltivando molti interessi e amici. Curiosamente dobbiamo riconoscere un  cartone animato fantastico come La carica dei 101 ci aveva avvisato per tempo.

Razionalizzando dobbiamo convenire che i figli non servono più, la terra è sovrappopolata e la cosa migliore che possiamo fare è diminuire il numero degli esseri umani.

Ed è tutto vero, siamo troppi, ma chi sa che non verremo colti da una sottile nostalgia per questi bambini che abbiamo scelto di non avere, per i giochi che non abbiamo fatto, le favole che non abbiamo raccontato e le domande impossibili che non ci sono state fatte. Chissà che ci venga nostalgia per il rispecchiamento tra generazioni che si è già perduto, una nostalgia  per  quelle semplici cose che fanno parte in modo esclusivo del mondo dell’infanzia, che sono però le energie nuove della rinascita.

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