La gelosia non è sofferenza perché un altro più bello, o più ricco, o più intelligente potrebbe portarmi via la mia amata, il mondo è pieno di bellezze e talenti, ma è la sofferenza della perdita dell’unicità del nostro patto, della mutua scelta che ci eravamo fatti.

A fare una dotta apologia della gelosia è la studiosa Giulia Sissa (La gelosia una passione inconfessabile) che ci spiega con un lungo excursus storico, i passi attraverso i quali la cultura occidentale ha reso la gelosia inconfessabile: Giulia Sissa ritiene che la riflessione filosofica tradizionale e quella di stampo femminista, così lontane tra loro, si siano unite per sottrarre la gelosia dalla scena del mondo. E rifacendo i passi che ci riconnettono alle nostre radici culturali ci mostra come la gelosia fosse nel mondo greco e soprattutto tra le donne, tutt’altro che taciuta e vissuta con colpevolezza, ma un dolore da esprimere in società a testa alta e da portare fiere, perché riguardava la cosa più ignobile anche per Dante: il tradimento.

Senza la gelosia, sostiene  l’autrice, non possiamo più pensare all’ amore come rapporto esclusivo. Se penso che l’amore debba essere quella marmellata gelatinosa nella quale l’altro può fare ciò che vuole senza sentirsi impegnato con me, senza che tra noi si stabilisca un patto che insieme onoriamo, allora certo non sono geloso.

La gelosia non nasce però nel nulla. È dove c’è una storia, dove c’è profondità, dove ci sono i solchi del tuo viso che raccontano una storia che conosco ogni volta che li sfioro. Sono solchi che parlano di sorrisi e lacrime che mi hai confidato mentre eravamo soli abbracciati e sfiorandoli entro un po’ di più in te, in loro, ci mescoliamo, ti comprendo umanamente ed eroticamente, vivo la tua storia, il tempo che viviamo insieme diventa il nostro spazio e il nostro tempo. Non c’è valore se io non dono il mio tempo all’ amato e la gelosia si annida anche nel furto del tempo: quando il tempo che doveva essere dato a me,  lui lo disperde con frettolose e sconosciute amanti, per soddisfare un meccanismo di dominio.

l'esclusività -  La gelosia è presente, inscindibile dall’amore, perché l’innamoramento e l’amore sono fondati sull’esclusività. Il mio desiderio dell’altro non può essere disgiunto dal desiderio di essere desiderato da lui come lo desidero io. Voglio la stessa intensità. Voglio la stessa profondità. Il mio amore per lui non può fare a meno del desiderio che lui mi ami. È possessività? Se accetto di meno diventerò un mendicante d’amore un dipendente affettivo, perderò la mia dignità, la mia regalità, perché ognuno di noi quando ama ed è amato percepisce il senso di regalità.

Molti studiosi, anche psicologi, teorizzano che la gelosia non sia ammissibile,  anche se riconoscono spesso di averla provata; ma  pensano che questo riguardi la loro storia particolare, una loro debolezza, non un fatto universale. Il fatto uiversare è  la libertà dell'altro innanzi tutto. È così che tante volte prendiamo abbagli, quando la teoria si stacca dalla vita e teorizziamo qualcosa che appartiene a un universale nel quale non ci rispecchiamo. La gelosia non si è potuta studiare perché è stata negata anche la nostra stessa esperienza; si abbraccia una teoria deduttiva che non viene confrontata con i fenomeni reali ma dove la gelosia compare solo come patologia.

Persino Freud ha distinto tra una gelosia motivata dalla realtà dalla gelosia immaginata e considera normale competere per l’oggetto d’amore.

Per questo alla gelosia va restituita la sua essenza di essere una passione, un patire, una sofferenza, vera reale tagliente. Che ne è di me ora che ho visto l’altra su cui i suoi occhi si posano? È una passione calda magmatica che si alimenta di congetture di visioni e pensieri che costruiscono intere trame. Tu lo vedi con lei, lo immagini mentre le sorride, le sfiora i capelli, non puoi farne a meno, le sorride, sorride a lei invece che a te. E lei è li luminosa bellissima, mentre tu improvvisamente non amata ti accartocci nel dolore.

La gelosia va messa in primo piano, deve essere portata in luce, vi troviamo la matrice di tanti atti violenti e dobbiamo avere il coraggio di parlare della sua presenza.

Ma vi è da dire che il declassamento della gelosia è passato per il femminismo, da Simone De Beauvoir, che invitava a non dare il potere all’uomo facendolo oggetto della nostra gelosia.

Ma in molti casi questa supposta superiorità, se ami, ti impedisce di reagire, ti fa sentire in colpa, ti spinge a rannicchiarti vergognosa per terra, a colpevolizzarti come se la colpevole fossi tu. Non devi abbatterti: ricorda che l’altra è arrivata come un invasore e che hai il diritto di affrontarla e dirle che non deve toccare il tuo uomo.  Questa è la lezione delle donne greche. Che dicevano che la gelosia è una sfida. Certo, solo un vero grande amore resiste a questo attacco. Se la donna combatte per il suo uomo che si è rifugiato nel piacere e nell’avventura, vincerà perché quelle sono fragili, hanno paura.

Per la donna dell’antica Grecia se il tuo uomo diventa oggetto di conquista e viene sedotto tu devi sedurlo a tua volta, non ci pensi su e non lo trovi disdicevole, non piangi in segreto, ma affili le unghie. Ogni mezzo per loro è lecito come nella guerra e come nella guerra ricordano che non conta solo il numero di cannoni ma conta altrettanto, se non di più, la propaganda. Lui la vede bella, tu identifica i suoi difetti, le sue debolezze svalutala ai tuoi occhi e ai suoi occhi. E rivaluta te stessa la tua bellezza, la tua forza, il tuo diritto, la tua fierezza. E in questa guerra di propaganda mentre svaluti lei svaluti anche lui che non ha saputo vedere, che ha sbagliato e in questo modo te ne distacchi. Seducilo, non cercarlo.

Fa come il principe Arjiuna che ti chiede di combattere con distacco. E occorre la seduzione, alla seduzione si risponde con la seduzione alla guerra con la guerra.

 

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